Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha utilizzato la sua piattaforma a Madrid, questo sabato, per sferrare un colpo retorico contro l’inerzia delle grandi potenze di fronte alla proliferazione dei conflitti armati. Con un tono che mescola l’urgenza diplomatica e il disprezzo per la paralisi istituzionale, il mandatario brasiliano ha esatto che i capi di Stato delle nazioni nucleari ed egemoniche abbandonino la “follia della guerra”. Il discorso, pronunciato durante l’agenda ufficiale in Spagna, mira direttamente ai centri di potere che oggi dettano il ritmo della geopolitica globale attraverso la polvere da sparo.
Lula non ha risparmiato i destinatari del suo messaggio. Ha citato nominalmente Donald Trump, Xi Jinping, Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Keir Starmer, convocandoli a una riunione straordinaria per porre fine alle ostilità che soffocano l’economia e la stabilità mondiale. Personificando la richiesta, il leader del PT sposta il dibattito dal campo astratto delle note diplomatiche direttamente nelle mani della responsabilità individuale dei leader. Per il Planalto, l’escalation degli armamenti non è un fenomeno naturale, ma una scelta politica deliberata che deve essere invertita attraverso l’argomentazione.
L’obiettivo secondario — ma non meno importante — dell’artiglieria presidenziale è stato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Lula ha obliterato la rilevanza attuale dell’organo, affermando che l’istituzione si sarebbe allontanata dalla sua funzione originale di mantenere la pace. Nella visione del presidente, il Consiglio oggi funge più da teatro di veti e interessi parrocchiali che da mediatore efficace. Questa critica istituzionale rafforza la tesi brasiliana secondo cui il sistema di governance globale ereditato dal dopoguerra è esaurito e necessita di una riforma che rifletta la multipolarità del XXI secolo.
Il costo del Sud Globale
La narrazione di Lula stabilisce una connessione diretta tra la spesa bellica e l’approfondimento delle disuguaglianze. L’argomento è chirurgico: mentre miliardi di dollari vengono inceneriti sui fronti di battaglia, il Sud Globale paga il conto attraverso l’inflazione alimentare, la crisi energetica e la disidratazione degli investimenti sociali. Il discorso in Spagna posiziona il Brasile come il portavoce di un blocco di nazioni che rifiuta l’allineamento automatico ai blocchi militari e chiede che lo sviluppo umano riprenda il protagonismo ai tavoli delle trattative.
Questa postura di neutralità attiva, tuttavia, cammina sul filo del rasoio. Sfidando simultaneamente leader con interessi così antagonistici come Trump e Putin, Lula tenta di riaffermare la sovranità brasiliana come mediatrice universale. Il sarcasmo istituzionale dell’Itamaraty (il Ministero degli Esteri brasiliano), riflesso tra le righe del discorso presidenziale, suggerisce che le potenze siano più preoccupate del mantenimento delle proprie sfere di influenza che della sopravvivenza del tessuto sociale globale.
Prospettiva e lo scenario del 2026
Nell’attuale contesto del 2026, con uno scacchiere internazionale frammentato e nuove tensioni che emergono a velocità record, la richiesta di Lula per un vertice suona come una sfida aperta all’establishment. L’intelligence diplomatica osserva che il Brasile sta cercando di capitalizzare il proprio ruolo nel G20 e nei BRICS per forzare un’agenda di de-escalation che le potenze occidentali e orientali sembrano poco disposte ad accogliere.
L’efficacia di questa strategia di “pace attraverso l’argomentazione” sarà testata nei prossimi mesi. Fino ad allora, il discorso in Spagna funge da dossier delle frustrazioni del Sud Globale. Lula sa che la pace non è solo l’assenza di spari, ma la presenza di risorse che oggi vengono obliterate dall’industria della guerra. Il messaggio è stato inviato: la pazienza della periferia del mondo verso la “follia” dei centri imperiali ha raggiunto il suo limite tecnico.








